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Comunicato stampa e lettera menzione speciale PDF Stampa E-mail
Scritto da Erbe Palustri   
Giovedì 30 Giugno 2016 14:18
Agli enti pubblici, alle associazioni e alle aziende aderenti al progetto
"Lamone Bene Comune"
 Con piacere vi informiamo che il percorso partecipativo "Lamone Bene Comune", 
coordinato dall'Associazione Culturale Civiltà delle Erbe Palustri presso l'Ecomuseo
di Villanova di Bagnacavallo, è stato selezionato fra i primi dieci più significativi e
meritori che hanno partecipato all'indagine ICOM Italia relativa ai progetti che
perseguono la tematica "Musei e Paesaggi Culturali" promossa nel 2015.
All'indagine hanno partecipato 200 musei, e il progetto "Lamone Bene Comune" ha
ricevuto una menzione speciale come "eccellente pratica nella relazione fra museo e
paesaggio culturale"
.
Ringraziamo quanti in questi anni hanno creduto e si sono prodigati per dare vita al 
progetto, dedicando tempo ed energie a questo percorso di partecipazione che è
cresciuto nel tempo con proposte e iniziative di grande valore. Siamo certi che questo
riconoscimento aggiungerà uno stimolo per il futuro, per proseguire nella comune volontà
di tutelare e valorizzare le Terre del Lamone ricche di risorse ambientali e culturali.
Vi informiamo inoltre che rappresentanti dell'Associazione e del Comune saranno 
presenti il 6 luglio a Milano alla conferenza generale Icom per presentare il progetto
"Lamone Bene Comune".
Cordiali saluti
l'Associazione culturale Civiltà delle Erbe Palustri
l'Amministrazione Comunale di Bagnacavallo

 

 

Comunicato stampa

24.6.2016

Il progetto Lamone Bene Comune, coordinato dall'associazione culturale Civiltà delle Erbe Palustri assieme al Comune di Bagnacavallo, è stato selezionato come uno dei dieci progetti più significativi fra i duecento che hanno partecipato all'indagine sul rapporto fra musei e paesaggi culturali promossa nel 2015 dalla sezione italiana di Icom (International Council of Museums).

 

Lamone Bene Comune, che ha il suo fulcro presso l'Ecomuseo delle Erbe Palustri di Villanova di Bagnacavallo, ha ottenuto la qualifica di “eccellente pratica nella relazione fra museo e paesaggio culturale” e ricevuto inoltre una menzione speciale. Nella selezione, Icom ha tenuto in considerazione molti criteri, e in particolare il ruolo del museo nella tutela, studio ed educazione sul paesaggio circostante e il coinvolgimento attivo delle comunità delle Terre del Lamone nelle attività del museo stesso, oltre alla capacità di definire politiche territoriali. Il progetto Lamone Bene Comune supera infatti i confini amministrativi e recupera la dimensione naturale e culturale del fiume Lamone, dalla sorgente alla foce.

Rappresentanti dell'associazione e del Comune saranno presenti mercoledì 6 luglio a Milano per presentare il progetto durante la Conferenza Generale Icom, appuntamento internazionale in programma nel capoluogo lombardo dal 3 al 9 luglio.

 

Il progetto – nato nel 2005 grazie a un finanziamento europeo per il recupero della sommità arginale del fiume Lamone con la realizzazione di un percorso ciclopedonale che coinvolge i Comuni di Bagnacavallo, Ravenna e Russi – è cresciuto negli anni arrivando ora a coinvolgere altri Comuni ed enti, associazioni naturalistiche, di promozione sociale e culturale, strutture ricettive, aziende e centri di educazione ambientale. Tutti accomunati dalla volontà di valorizzare il fiume e i territori circostanti dal punto di vista ambientale e turistico, fornendo un'occasione di incontro nei tavoli di negoziazione. Il percorso è stato possibile anche grazie a contributi regionali ottenuti attraverso bandi per l'educazione alla sostenibilità e per progetti di partecipazione.

Molti sono i risultati raggiunti in questi anni, dalla pubblicazione annuale della guida Lòng e' fion (Lungo il fiume) alla definizione del marchio territoriale Terre del Lamone, dalla realizzazione del Quaderno della vita di fiume alla programmazione di iniziative di promozione territoriale come la Pedalêda cun la magnêda longa e i Lòm a Mêrz, da progetti didattici alla stesura del Manifesto delle Terre del Lamone e della Mappa delle Tipicità.

 

«Siamo orgogliosi di questo importante riconoscimento che conferisce ulteriore prestigio all'Ecomuseo delle Erbe Palustri – commenta il sindaco Eleonora Proni – e grati all'associazione culturale Civiltà delle Erbe Palustri per tutto il lavoro svolto con competenza, passione e tenacia come capofila del progetto Lamone Bene Comune. Questa menzione premia l'impegno quotidiano profuso per coniugare la storia e la memoria del territorio con la valorizzazione dell'ambiente e del paesaggio, dei prodotti tipici e delle tradizioni locali, in una prospettiva di promozione turistica e al tempo stesso pensando al benessere delle persone in senso più ampio, come possibilità e capacità di vivere in armonia con l'ambiente.»

 

(260-16)

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Giugno 2016 14:34
 
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Giovedì 05 Marzo 2015 09:46

 
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Giovedì 05 Marzo 2015 09:37

 
CONTRATTI DI FIUME PDF Stampa E-mail
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Martedì 10 Febbraio 2015 15:20

LA FORZA DEL CAMBIAMENTO


Massimo Bastiani

I Contratti di Fiume (CdF) sono, strumenti che possono fattivamente contribuire a sperimentare un nuovo sistema di governance per un reale percorso di sviluppo sostenibile, che non può che passare attraverso un approccio integrato tra politiche di sviluppo e tutela ambientale[1].

In anni in cui la gestione dell’emergenza, certamente aggravata dai cambiamenti climatici, sta divenendo una istanza nazionale ed il rischio sempre più “vicino a tutti i livelli della popolazione, le politiche di difesa e di adattamento non possono che essere associate ad una attiva e collettiva strategia di prevenzione.

Vi è infatti la necessità e l’urgenza di un cambiamento reale, che ci consenta di ridurre e progressivamente uscire proprio da quel rischio.

Ma una rinascita potrà avvenire solo se saremo in grado di ricercare nuovi valori collettivi, reagendo a quella sorta di “blackout della ragione”, verificatosi in poco meno di un secolo, all’interno della nostra società.

Non è sufficiente costruire nuovi depuratori efficienti in una città, se le aree residenziali ed i distretti industriali a monte dello stesso fiume continuano a sversare grandi quantità di inquinanti, se l’agricoltura non riduce l’uso di fertilizzanti chimici, se non si da il giusto valore alla continuità degli ecosistemi ed al loro ruolo depurativo naturale.

Non sarà risolutivo nemmeno realizzare imponenti e costose opere strutturali di difesa dalle acque se contemporaneamente non si ferma il consumo di suolo, se non prevale il principio dell’invarianza idraulica nelle aree urbane, se non si restituiscono le funzioni di micro-laminazione idraulica all’agricoltura, se non si opera una manutenzione continuativa della rete idraulica minore, se non si valorizzano i servizi ecosistemici.

E’ ormai chiaro a tutti che il livello di complessità delle questioni in gioco richiede che le problematiche che riguardano i fiumi e più in generale l’acqua siano trattate in termini sistemici attraverso il superamento delle soluzioni parziali che non considerano le interazioni, che non legano la gestione della risorsa idrica, alla difesa del suolo, degli ecosistemi, alla tutela del paesaggio.

L’attenzione si sposta alle trame verdi e blu del territorio, fiumi e spazi aperti, che costituiscono le strutture sulle quali riorganizzare le città, i territori ed i loro servizi.

I contratti di fiume concorrono alla definizione e all’attuazione degli strumenti di pianificazione di distretto a scala di bacino e sotto-bacino idrografico, quali strumenti volontari di programmazione strategica e negoziata che perseguono la tutela, la corretta gestione delle risorse idriche e la valorizzazione dei territori fluviali, unitamente alla salvaguardia dal rischio idraulico, contribuendo allo sviluppo locale di tali aree”.

Con queste parole si apre l’art. 43, che introduce i contratti di fiume in Italia, nel Disegno di legge: "Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali (collegato alla legge di stabilità 2014); approvato il 13 novembre 2014 dalla Camera dei Deputati ed in discussione al Senato. Si tratta di un percorso avviato nel 2010 con il X° Tavolo Nazionale dei Contratti di Fiume che si è svolto a Milano e nel corso del quale è stata redatta e presentata una “Carta Nazionale dei Contratti di Fiume”.

La Carta è stata condivisa nel 2011 dal coordinamento della Commissione Ambiente e Energia della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, con l’impegno a diffonderla e farla adottare da tutte le Regioni italiane.

Una volta raggiunto il riconoscimento a scala nazionale e regionale saranno necessarie regole di riferimento per promuovere un uso corretto di questo strumento e favorire l’attivazione di percorsi premianti nelle programmazioni dei fondi strutturali a scala nazionale e locale.

A questo proposito, nel 2014 il Tavolo Nazionale dei Contratti di Fiume ha costituito 4 gruppi di lavoro di cui uno coordinato dal Ministero Ambiente ed ISPRA che sta concludendo la fase di definizione dei criteri di qualità dei processi di CdF e costituendo un Osservatorio nazionale sui processi attivati.

Quello che ci auguriamo è che questi processi possano divenire la base per un cambiamento dal basso in grado di coinvolgere progressivamente le politiche Regionali ed Distretti idrografici in una nuova visione della gestione delle risorse idriche e più in generale dei bacini fluviali.

In questa logica ogni singolo contratto di fiume assume il duplice ruolo di promotore ed attuatore del cambiamento.

 

Coordinatore del Tavolo Nazionale Contratti di Fiume

 


[1] Massimo Bastiani (a cura di) “Contratti di fiume - Pianificazione strategica e partecipata dei bacini idrografici” Dario Flaccovio Editore, Palermo 2011

Ultimo aggiornamento Martedì 10 Febbraio 2015 15:43
 
UNA PREMESSA PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 04 Novembre 2014 16:24

IL FIUME: una premessa


Franco  Ricci  Lucchi

 

Tra i tanti dei che gli antichi veneravano, alcuni erano fiumi; infatti, come gli dei, i fiumi erano visti come delle potenze. Con la loro acqua dispensavano sia la vita (oggi diremmo beni e servizi, come dissetarsi, lavare, irrigare i campi, far funzionare i mulini) sia pericoli e morte (con le inondazioni, lo stagnare delle acque, il diffondersi di parassiti).

Una volta passata da una vita nomade a una più sedentaria, con lo sviluppo dell’agricoltura, l’umanità si trovò a dipendere sempre più strettamente dall’ “attività” dei fiumi, sia in bene sia in male.

Cercò quindi di conoscerli meglio, di capire come funzionano per poi regolarli, ricavandone il massimo dei vantaggi possibili e il minimo dei danni. Nacque così la prima “scienza dei fiumi”, detta idraulica, e questo aggettivo, idraulico, caratterizzò grandi civiltà come l’egiziana, la cinese, le mesopotamiche e quella dei Maya.

Un esempio per tutti: la regolazione delle piene del Nilo, il più classico e noto dei fiumi sacri, per fertilizzare il suolo.

Ma non solo le grandi masse d’acqua erano riverite, rispettate e temute. Anche l’acqua che scorre in piccoli rivoli era vista come un simbolo di vita; basta leggere il poeta greco Pindaro o visitare un tempio giapponese per rendersene conto.

Ora la scienza moderna sembra avere ridicolizzato queste visioni divinizzate e personalizzate dei corsi d’acqua, considerandole primitive e sostituendole con una osservazione più oggettiva e disincantata della Natura. Rischia però di perdere quello che di buono c’era nel pensiero antico, e cioè il concetto dell’insieme, del legame che unisce e connette le parti con il tutto: il punto di vista che si definisce olistico.

Specializzandosi sempre più e raffinando i suoi strumenti di analisi, la scienza approfondisce la conoscenza delle parti, isolandole dal contesto per scoprire come sono fatte, fin nei minuti dettagli.

Finisce così spesso per perdere di vista l’insieme, l’integrazione e la connessione delle parti, cioè proprio ciò che fa “funzionare” il tutto.

Il modo in cui si interviene sui fiumi ne è un esempio tra i più evidenti: se un tratto ha subìto un danno da un piena, si mette una pezza in quella zona soltanto (si ripara un argine o lo si alza), per poi ritrovarsi prima o poi con altri danni a monte o a valle.

Oppure si tratta il problema sotto l’aspetto esclusivamente idraulico, come se fosse la perdita di un tubo, trascurando l’interazione tra acqua, suolo, organismi, atmosfera e clima.

E ciò avviene nonostante la scienza stessa abbia elaborato da più di mezzo secolo il concetto fondamentale di sistema, che permette una visione più realistica e adeguata dei fenomeni naturali.

Purtroppo, questo concetto non è ancora trasmesso adeguatamente nelle scuole di ogni ordine e grado, per cui non fa parte della cultura comune.

Volendolo esporre nei suoi termini più semplici, diciamo che un sistema è un insieme di oggetti o parti legati tra loro da connessioni e vincoli. Il segreto del suo funzionamento non sta in nessuna delle parti prese a sé, ma nel loro stare insieme, quindi nelle connessioni.

Da qui, il detto “il sistema è qualcosa di più della somma delle sue parti”; per esempio, una rete informatica come Internet non è solo un insieme di siti, ma una specie di “superorganismo” non programmato, che si è autosviluppato con l’intervento di milioni di operatori, senza un piano preordinato né un supervisore.

Agli effetti pratici, un sistema si comporta come un tutto integrato e, se si modifica o altera una parte, ne risente il tutto. La risposta di un sistema a un disturbo, a un’alterazione, può essere di due tipi: o entrano in gioco meccanismi “di riparazione”, che tendono a ripristinare e regolare la situazione perturbata, o viceversa meccanismi che espandono, amplificano gli effetti del disturbo fino a destabilizzare l’insieme, provocando danni e disastri.

Comunque, una risposta, una reazione c’è sempre: e c’è, appunto, a livello di sistema, anche quando sembra colpire una parte soltanto.

E un fiume è un sistema, con i suoi rigagnoli minori, i suoi affluenti, il suo alveo, la sua valle, i suoi versanti, i suoli su cui scorre, le sue fonti di acqua legate al clima, ossia con il suo bacino idrografico.

Come sistema va trattato, come sistema va capito, prima di (o magari anziché) essere utilizzato o “domato” dall’uomo.

Ci dobbiamo mettere in testa che il fiume non segue e non rispetta le leggi umane (ma poi, dovrebbe?), ma le leggi della Natura, che noi non abbiamo fatto e non possiamo modificare: possiamo solo studiarle e scoprirle.

E finché non abbiamo studiato e scoperto abbastanza, dovremmo mettere da parte quella ridicola arroganza che ci fa considerare i padroni della Natura, ovvero di quel “supersistema” che esiste da più di cinque miliardi di anni, mentre noi siamo qui da meno di 200.000 anni (e con la tecnologia avanzata, da 200 o giù di lì).

Non è necessario divinizzare di nuovo la Natura, ma almeno recuperare un po’ di quel “sacro rispetto” che, come del resto l’arte e la bellezza, ci dovrebbe ispirare.

O almeno, se si è meno sensibili e più pratici, applicare quel “principio di cautela” che qualche mente illuminata ha proposto ma viene poco seguito.

Franco Ricci Lucchi

Imola,  ottobre 2014

Ultimo aggiornamento Martedì 10 Febbraio 2015 15:40
 
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