UNA PREMESSA PDF Stampa E-mail
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IL FIUME: una premessa


Franco  Ricci  Lucchi

 

Tra i tanti dei che gli antichi veneravano, alcuni erano fiumi; infatti, come gli dei, i fiumi erano visti come delle potenze. Con la loro acqua dispensavano sia la vita (oggi diremmo beni e servizi, come dissetarsi, lavare, irrigare i campi, far funzionare i mulini) sia pericoli e morte (con le inondazioni, lo stagnare delle acque, il diffondersi di parassiti).

Una volta passata da una vita nomade a una più sedentaria, con lo sviluppo dell’agricoltura, l’umanità si trovò a dipendere sempre più strettamente dall’ “attività” dei fiumi, sia in bene sia in male.

Cercò quindi di conoscerli meglio, di capire come funzionano per poi regolarli, ricavandone il massimo dei vantaggi possibili e il minimo dei danni. Nacque così la prima “scienza dei fiumi”, detta idraulica, e questo aggettivo, idraulico, caratterizzò grandi civiltà come l’egiziana, la cinese, le mesopotamiche e quella dei Maya.

Un esempio per tutti: la regolazione delle piene del Nilo, il più classico e noto dei fiumi sacri, per fertilizzare il suolo.

Ma non solo le grandi masse d’acqua erano riverite, rispettate e temute. Anche l’acqua che scorre in piccoli rivoli era vista come un simbolo di vita; basta leggere il poeta greco Pindaro o visitare un tempio giapponese per rendersene conto.

Ora la scienza moderna sembra avere ridicolizzato queste visioni divinizzate e personalizzate dei corsi d’acqua, considerandole primitive e sostituendole con una osservazione più oggettiva e disincantata della Natura. Rischia però di perdere quello che di buono c’era nel pensiero antico, e cioè il concetto dell’insieme, del legame che unisce e connette le parti con il tutto: il punto di vista che si definisce olistico.

Specializzandosi sempre più e raffinando i suoi strumenti di analisi, la scienza approfondisce la conoscenza delle parti, isolandole dal contesto per scoprire come sono fatte, fin nei minuti dettagli.

Finisce così spesso per perdere di vista l’insieme, l’integrazione e la connessione delle parti, cioè proprio ciò che fa “funzionare” il tutto.

Il modo in cui si interviene sui fiumi ne è un esempio tra i più evidenti: se un tratto ha subìto un danno da un piena, si mette una pezza in quella zona soltanto (si ripara un argine o lo si alza), per poi ritrovarsi prima o poi con altri danni a monte o a valle.

Oppure si tratta il problema sotto l’aspetto esclusivamente idraulico, come se fosse la perdita di un tubo, trascurando l’interazione tra acqua, suolo, organismi, atmosfera e clima.

E ciò avviene nonostante la scienza stessa abbia elaborato da più di mezzo secolo il concetto fondamentale di sistema, che permette una visione più realistica e adeguata dei fenomeni naturali.

Purtroppo, questo concetto non è ancora trasmesso adeguatamente nelle scuole di ogni ordine e grado, per cui non fa parte della cultura comune.

Volendolo esporre nei suoi termini più semplici, diciamo che un sistema è un insieme di oggetti o parti legati tra loro da connessioni e vincoli. Il segreto del suo funzionamento non sta in nessuna delle parti prese a sé, ma nel loro stare insieme, quindi nelle connessioni.

Da qui, il detto “il sistema è qualcosa di più della somma delle sue parti”; per esempio, una rete informatica come Internet non è solo un insieme di siti, ma una specie di “superorganismo” non programmato, che si è autosviluppato con l’intervento di milioni di operatori, senza un piano preordinato né un supervisore.

Agli effetti pratici, un sistema si comporta come un tutto integrato e, se si modifica o altera una parte, ne risente il tutto. La risposta di un sistema a un disturbo, a un’alterazione, può essere di due tipi: o entrano in gioco meccanismi “di riparazione”, che tendono a ripristinare e regolare la situazione perturbata, o viceversa meccanismi che espandono, amplificano gli effetti del disturbo fino a destabilizzare l’insieme, provocando danni e disastri.

Comunque, una risposta, una reazione c’è sempre: e c’è, appunto, a livello di sistema, anche quando sembra colpire una parte soltanto.

E un fiume è un sistema, con i suoi rigagnoli minori, i suoi affluenti, il suo alveo, la sua valle, i suoi versanti, i suoli su cui scorre, le sue fonti di acqua legate al clima, ossia con il suo bacino idrografico.

Come sistema va trattato, come sistema va capito, prima di (o magari anziché) essere utilizzato o “domato” dall’uomo.

Ci dobbiamo mettere in testa che il fiume non segue e non rispetta le leggi umane (ma poi, dovrebbe?), ma le leggi della Natura, che noi non abbiamo fatto e non possiamo modificare: possiamo solo studiarle e scoprirle.

E finché non abbiamo studiato e scoperto abbastanza, dovremmo mettere da parte quella ridicola arroganza che ci fa considerare i padroni della Natura, ovvero di quel “supersistema” che esiste da più di cinque miliardi di anni, mentre noi siamo qui da meno di 200.000 anni (e con la tecnologia avanzata, da 200 o giù di lì).

Non è necessario divinizzare di nuovo la Natura, ma almeno recuperare un po’ di quel “sacro rispetto” che, come del resto l’arte e la bellezza, ci dovrebbe ispirare.

O almeno, se si è meno sensibili e più pratici, applicare quel “principio di cautela” che qualche mente illuminata ha proposto ma viene poco seguito.

Franco Ricci Lucchi

Imola,  ottobre 2014